La rivoluzione di Giotto passa da San Francesco
- A.G. Fadini

- 4 ore fa
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La Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia celebra l’ottocentesimo anniversario della morte di San Francesco d’Assisi con una mostra, dal 14 marzo al 14 giugno 2026, dedicata a Giotto e agli altri artisti che trasformarono radicalmente la pittura del milletrecento, grazie anche al “cantiere” della Basilica di Assisi.

Così come capita con le formule chimiche e le grandi invenzioni, a volte l’incontro tra due “elementi” dà vita a qualcosa di nuovo e del tutto inatteso.
È l’innesto, la scintilla che cambia il mondo.
Più di ottocento anni fa il ricco rampollo di un mercante, Giovanni di Pietro di Bernardone, si trasformò in Frate Francesco (i suoi concittadini lo chiamavano “Il pazzo di Assisi”) e rivoluzionò il messaggio cristiano.
Le idee nuove non sanno stare ferme; inarrestabili si diffusero in tutta Europa e solo due anni dopo la morte del “Giullare di Dio” diedero inizio, per mano di Frate Elia, ai lavori della Basilica Inferiore e poi di quella Superiore ad Assisi.
Elia voleva una chiesa grandiosa per celebrare la gloria di Francesco, cosa che creò non poche tensioni con i frati più "spirituali", che avrebbero preferito una capanna di fango, coerente con la povertà del Santo.
Frate Elia, invece, gestì i fondi che arrivavano da tutta Europa e il cantiere di Assisi divenne il laboratorio dove nacque la grande pittura italiana. Per decorare quelle pareti immense furono chiamati i più grandi artisti dell'epoca: Cimabue e, soprattutto, Giotto che non dipingeva simboli, ma uomini.
È pandemia di sguardi nuovi. Senza quel cantiere del 1228, probabilmente non avremmo avuto la rivoluzione artistica che ha portato poi ai maestri del Rinascimento, al gusto per il mondo reale e alla pittura occidentale, così come la conosciamo oggi.

Il cambiamento iniziò dal 1288 quando in questo contesto Giotto, dipingendo le “Storie di Isacco” e poi “La Legenda francescana”, creò un nuovo codice figurativo. La centralità di Assisi proseguì con la presenza di Simone Martini, Pietro Lorenzetti, autore delle “Storie della Passione”, e del Maestro delle Figline che decorò la sagrestia e realizzò alcune vetrate.
Da quell’angolo di Umbria, il modo di guardare la vita si sparse come un contagio buono. I maestri di ogni dove capirono che il sacro non stava più nel vuoto, ma dentro la realtà, scabra e magnifica così com’è.





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